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Lavorate sempre come se fosse il primo giorno, lavorate sempre come se fosse l’ultimo.
 
Prima del sorgere del sole si genera su questo pianeta una vibrazione speciale. Se entrate in essa coscientemente e con i sette centri attivati e connessi, questa vibrazione vi sosterrà per tutto il giorno, mettendovi in contatto, in una condizione di neutralità, con il punto più profondo che vi potete permettere. Questo consente il massimo grado di apertura alla vita e di comprensione della vita.
Fate la vostra sadhana e il resto verrà da sé; la giornata acquisterà intensità e leggerezza. Si genererà fierezza e umiltà allo stesso tempo, perché la sadhana contemporaneamente raffredda e riscalda; tiene acceso un fuoco rinfrescante. Un fuoco che pulisce.
Ognuno cerchi il proprio passo. Ognuno parta semre da una connessione onesta con il reale livello in cui si trova. All’ora di sadhana il vostro inconscio è a fior di pelle; a quell’ora siete molto sensibili e molto sensitivi, ma la pratica vi metterà in condizione di approfittarne: invece di esserne lacerati o di dormirci sopra. In quelle ore c’è una vicinanza con il principio e con la fine che addolcisce, e quella dolcezza diviene sostegno al volontario confronto con l’attrito, la rabbia, l’inerzia e l’impotenza che emergono nella pratica.
Se si seminano semi positivi si costruisce. Se si seminano semi negativi si distrugge. Ma meditando un bel giorno si smetterà anche di seminare, perché si imparerà ad accogliere il raccolto. Anche i semi sono frutto del karma. Con la sadhana i frutti di quesi semi vengono finalmente raccolti. Perché la sadhana è una mietitura. (Paolo Menghi, “Il Filo del Sé” p. 108)
 

La settimana di sadhana, quest’anno, è stata particolarmente intensa ed emozionante. La partecipazione, generosa e calda. Durante la settimana, e nei giorni seguenti, diversi partecipanti hanno avuto piacere di condividere le proprie impressioni sull’esperienza vissuta: eccone alcuni estratti.

 

E’ stato un crescendo di consapevolezza  ed un ulteriore passo verso la conoscenza di me stesso. In una giornata particolare  ho avvertito un legame collettivo che mi ha fatto pensare “ora tutte queste persone che tornano alla vita normale porteranno energia positiva al resto del mondo”.
 
 
Entravo nella classe con “un corpo” ed uscivo con la percezione del “mio corpo”[…] un corpo riempito dall’energia attivata dalla pratica; non percepivo gli organi ma sentivo di portare con me il mio corpo, molto rilassato fra l’altro; e la mente, collegata al corpo, non scappava più fuori, per cercare un senso all’agire nelle cose esterne.
 
 
La sadhana mi ha permesso di sperimentare una circolarità tra la notte e il giorno, tra il cielo e la terra, tra la morte e la vita. Questo è forse quello che sto cercando.
 
 
Alzarsi piano per non svegliare nessuno,
camminare per strada nel buio della notte.
Ritrovarsi seduti,  in un silenzio vigile.
Concentrarsi  su una respirazione lenta e consapevole,
perdersi nella ripetitività di esercizi morbidi,
cantare scegliendo l’intonazione più confortevole.
E poi uscire alla luce del giorno,
pervasi di dolcezza e di energia positiva.
Quieti, ma desti.
Portare tutto questo con sé fino a sera.
O forse oltre.
 
 
Quando sono arrivata all’ingresso del Mandala mi sono guardata intorno e ho visto diverse persone che da varie direzioni silenziosamente convergevano lì, per la sadhana. Ero meravigliata perché questo avveniva in un orario impossibile. Ho sentito che ciascuno di noi era lì per portare la propria presenza e per prendere qualcosa da quella di tutti gli altri, e da quella di ognuno degli altri. La condivisione è stata la prima impressione che la sadhana mi ha trasmesso, già poco prima di iniziare. È stata anche l’impressione più chiara e più duratura che mi ha accompagnato lungo tutta la settimana. 
 
 
Il lunedì mi siedo in fondo alla stanza, il martedì in prima fila, poi non ha più importanza.
Quando usciamo siamo allegri.
Il corpo è caldo, le parole escono piane e vere.
Il venerdì  pomeriggio mi sento male, il segnale di qualcosa. Non voglio affrontare l’ultimo giorno, ho paura che finisca.
“La sconfitta è di buon auspicio” mi dico, e concludo il sabato con il corpo e la mente quieti. 
 
 
Mercoledì è stata la giornata della fragilità. Ho faticato durante le meditazioni e durante il canto del mantra mi sono appoggiata a una voce familiare che mi ha sostenuta. Mi chiedo se lo ha sentito, se sa quanto mi è stato di aiuto. Glielo dirò. Emergono tutte le mie fragilità e tutte le mie dipendenze, le sto a guardare e non riesco a tenere lontana una tristezza infinita. Forse comincio a capire cosa significa non saper gestire l’energia.
Praticare la sadhana è “gettarsi in un fiume, lì al centro dove la corrente è forte, e lasciarsi trasportare per tutto il tempo che il fiume vorrà”. 
 
 
L’esperienza della sadhana mi ha trasmesso un sentimento profondo di dolcezza, che ha accompagnato le mie giornate durante la settimana dedicata a questa pratica, ma che ancora adesso risuona nel mio spazio interiore ed arricchisce la mia pratica quotidiana. E’ una dolcezza che va coltivata, rende fluidi i confini della mia anima, le permette di accogliere le opposte tensioni che vi abitano e di aprirsi con autenticità al sentire. Grazie alla dolcezza, la meditazione diviene possibilità di essere qui ed altrove. E’ anche la dolcezza che ho colto nelle parole di Paolo Menghi, quando descrive l’ora della sadhana – “la vicinanza con il principio e la fine che addolcisce…”
 
 
Appena sono entrato nella stanza subito ho sentito la forza del grande impatto delle tante persone in un atteggiamento di impegno meditativo. Come un unico corpo formato da tanti corpi.
Ne sono subito stato felice perché so che la forza del gruppo è la mia forza e la mia forza, per grande o piccola che sia, può essere messa al servizio del gruppo.
Poi ho iniziato a meditare, sentendo fastidio e combattendo con me stesso per vincere le emergenze del corpo, che però, piano piano, si sono acquietate.
Quando abbiamo iniziato il canto del mantra si è fatto più forte il contatto con le persone, un po’ perché le sentivo, un po’ perché sapevo che il mio canto era anche per loro.
C’era la possibilità concreta di stare, attraverso il canto, in uno spazio libero ed affermativo, come se il limite che spesso sento potesse essere attraversato.
E quando questo è accaduto, un’ondata di emozione e’ salita.
 
 
Interrompere il sonno, che per me è sacro, era come abbattere un muro, lottare contro tutto il mio mondo comodo, soffice, caldo e rassicurante.
Convinta di trovare cinque o sei “illuminati”, averne visti, credo, una trentina mi ha stupita favorevolmente. Sono stata invitata a sedere in un posto vuoto, centrale e subito sono stata avvolta dall’energia di tutte le persone che stavano vicinissime le une alle altre. La concentrazione e attenzione erano molto alte e stridevano contro il mio stato di torpore, anche le velocità nelle esecuzioni erano alternate da velocissime a lentissime. Lo sforzo è stato impegnativo, ma ha prevalso il desiderio di non interrompere quella catena di consapevolezza che mi legava agli altri. Il canto finale ha come cristallizzato quell’atmosfera che definirei lunare.
Rompere gli schemi, i comportamenti consueti e automatici ti offre l’opportunità di comprendere che si può avere la forza e l’energia per fare altro, per inventare qualcosa di diverso, per vivere in un modo più pieno e consapevole la tua vita. E così quel sabato e nei giorni successivi mi sono dedicata a delle attività inconsuete, almeno nella modalità con cui le ho eseguite. 
 
 
E’ stata una scoperta, come un viaggio, e come in un viaggio lasciare le abitudini e scoprire quanto vi sia di nuovo che spesso non vediamo. Come togliere un velo al nostro sguardo […] un senso molto forte di gratitudine che per me equivale ad un senso di profonda felicità. Mi sento fortunata. Gratitudine verso di voi, verso la scuola, verso tutti gli altri che erano lì […] una energia molto forte e al tempo stesso molto calma, lucida, senza dispersioni inutili, molto centrata, pulita. Quest’anno della lettura ho scoperto ogni giorno qualcosa di diverso, una frase che ti tocca più a fondo […] “Sadhana per restare fedele ai tuoi sogni di bambino senza restar sempre bambino”.
 
 
La prima mattina entrare nella sala buia, illuminata solo dalla luce della candela, era emozionante e mi batteva forte il cuore. Mi ha rievocato il mio stato d’animo dell’anno prima, quando avevo fatto la mia prima Sadhana. Mi sono resa conto che vivevo qualcosa di simile, ma anche di diverso, forse perché io mi sentivo diversa. Più presente, forse.  E poi ero in cerca di qualcosa di diverso… Forse non cercavo nulla di sensazionale. Volevo essere lì per vivere la bellezza e l’intensità di quella situazione.  Devo ammettere che le parole di Paolo Menghi sulla Sadhana lette dall’insegnante mi sono arrivate dritte al cuore. Alcune, le ho poi rievocate durante la giornata: il fuoco che pulisce (la pulizia dei pensieri); la ricerca di una connessione onesta col livello che mi potevo permettere; vedere le proprie contraddizioni; l’intensità leggera di quelle giornate post-Sadhana. La Sadhana come mietitura. Sono uscita da queste mattine con una grande energia, ma senza particolare euforia. Un’energia “posata”.  Mi sentivo più forte e più calma del solito. Avevo una sensazione di torpore, ma ero desta. Era come se i pensieri fossero semplificati…. “il fuoco che pulisce”, insomma.
 
 
La prima sensazione, e forse quella che ho preferito e che ha fatto da cornice a quasi tutta la pratica, è stata proprio il buio e quel tipo di buio. La sensazione di essere un po’ fuori dal tempo, che fuori dalla stanza il tempo sia fermo e ti autorizzi a prenderti più tempo. Il mondo dorme e ti lascia più spazio. Non c’è luce e non ci sono rumori, rendendomi più facile l’osservazione del momento.

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